Ma che vorrà mai dire “Shape Innovation”?

Dr. Ernesto Bruschi · · 3 min di lettura
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Per anni, troppi anni, forse anche decenni. si è data troppa importanza al fatto che gli impianti con superficie ruvida sono più difficili da curare in caso di peri-implantite.

Questo è indubbiamente vero. Ma non tutti gli impianti sviluppano tale problematica, per fortuna. Se la sviluppano, probabilmente c’è un problema ab origine.

Tali problemi sono da sempre da ricercare tra i seguenti:

  • Posizionamento tridimensionale errato (per esempio impianti troppo vicini tra loro o con emergenza troppo vestibolarizzata).
  • Mucosa cheratinizzata insufficiente, al di sotto dei 2mm canonici.
  • Problemi protesici, come corone che invadono lo spazio biologico e cemento intrasulculare.
  • Precontatti occlusali.
  • Trazione dei fasci muscolari (frenuli).

In verità, l’ultimo fattore potrebbe cambiare nel corso del tempo, poiché la muscolatura del viso e masticatoria si può modificare e, spesso, tende a risalire verso la sommità delle arcate alveolari. Se cambia l’inserzione muscolare, si riduce anche la quota di mucosa cheratinizzata.

Ma torniamo alla “Shape Innovation”.

Si tratta dello slogan degli impianti Kalodon e intende riportare l’attenzione sull’importanza delle micro e macro-geometrie implantari. Infatti, l’ingegneria delle superfici si sta orientando sempre più su sabbiatura e mordenzatura acida per aumentare la superficie di contatto implantare, mentre le famigerate superfici macchinate (lisce) sono ormai poco rappresentate nel panorama implantare.

La forma (shape) guiderà la guarigione. Le micro-geometrie favoriranno la bagnabilità dell’impianto nelle prime fasi immediatamente dopo l’inserzione e modulano la vascolarizzazione del sito. Le macro-geometrie (spire, solchi, etc.) guidano la crescita dell’osso dall’osteotomia verso la superficie del titanio.

Gli impianti Kalodon, in particolare i Newton e i Zerocompromise, vogliono guidare la guarigione ossea con un abile intreccio tra contatto e “non-contatto” osseo. Le spire aggressive sono in diretto contatto con l’osteotomia e creano un forte legame per la stabilità primaria, mentre le zone di non contatto, rappresentate dai solchi a doppia elica (come il DNA) che si approfondiscono verso il centro delle fixture e favoriscono l’osteogenesi a distanza, descritta da Davies dell’università di Toronto. Il giusto equilibrio tra osteogenesi a distanza e osteogenesi da contatto consente di ottenere una grande stabilità iniziale, che consente il carico immediato e, nel contempo, un rapida ossificazione delle zone inizialmente vuote che impediscono lo slittamento dell’impianto durante le manovre protesiche, come spesso avviene con gli impianti troppo “lisci”.

C’è anche chi dice che l’osteogenesi a distanza non esiste (e poi tenta di copiare le tecniche di espansione, attribuendosene la paternità!). Altri dicono che non esiste Dio (ci mancherebbe, se sono agnostici). E altri ancora tentano di dimostrare che la terra è piatta.

Ma ognuno deve essere libero di esprimere le proprie idee.

“Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere.”

Evelyn Beatrice Hall

La nostra idea è che l’osteogenesi a distanza, favorita da fosse e solchi profondi che intersecano le doppie spire aggressive e che un amico caro chiama “camere di coagulo” (perché questo sono), rappresentano un ausilio fondamentale nella moderna implantologia e ancor più nell’implantologia rigenerativa.

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